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Vita da cooperante

23 feb 2011 Nessun commento
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Il mix di qualità che si rendono necessarie per affrontare un percorso di lavoro impegnativo come quello nella cooperazione allo sviluppo è senz’altro rappresentato dalla fiducia negli uomini e da una riflessione costante sulle realtà che si trovano oltre i confini del nostro Paese. Mariantonietta Romano lo sa bene e, grazie anche a degli studi mirati, ci racconta com’è che ha avuto inizio questa sua avventura professionale fuori dall’Italia.

D: Qual è la tua formazione? E quando è nata in te la passione per i temi della cooperazione allo sviluppo?

R: Ho 46 anni. Sono laureata in Storia, con una specializzazione post laurea in Conservazione dei beni culturali. Nel 2007 ho conseguito un diploma di master di II livello in “Educazione alla pace, Politiche dell’Unione Europea, Cooperazione internazionale, Tutela dei diritti umani” presso l’Università degli Studi di Roma Tre. Sia nel settore dei beni culturali che in quello della cooperazione allo sviluppo mi occupo abitualmente di progettazione, pianificazione delle attività e gestione delle risorse umane. Il mio impegno nella cooperazione è relativamente recente: l’impulso decisivo, infatti, quello che mi ha spinto all’operatività, risale all’estate del 2005, quando, nel corso di un viaggio solidale che mi aveva già portato in MaliSenegal, ho varcato il confine terrestre che separa l’ex Guinea Portoghese dalla Casamance e sono poi approdata in Guinea Bissau, allora reduce da una breve e sanguinosa guerra civile. Da occidentale ne rimasi così sconvolta da mettermi in contatto, appena arrivata a Roma, con i professionisti migranti di origine guineana. In particolare è stato fondamentale l’incontro con Intunda Na Montche e la sua famiglia. Intunda sarebbe poi diventato il Presidente della Sol mansi, una nuova onlus di cooperazione allo sviluppo con la quale collaboro e che, nel tempo, è andata incontro a grandi risultati.

D: Raccontaci, allora, più in dettaglio di una tua esperienza in Africa.

R: Sicuramente ve ne potrei raccontare più d’una! Potrei dirvi della Biblioteca di Placon (Bissau 2006); del progetto di rafforzamento delle capacità delle ong locali (Bissau 2007); del 3D-net: una rete per lo sviluppo dell’informazione (Bissau 2008-2009); dell’opera di mediazione in Gambia per l’acquisto dei tubi ed altri materiali idraulici (Banjul 2008) destinati al completamento della condotta idrica nel villaggio di Kuyo (Antula – Bissau), o ancora del programma di sviluppo agricolo (irrigazione – orticoltura – allevamento), alla cui pianificazione e gestione ho partecipato attivamente presso la comunità di Antula Paal (Bissau); potrei inoltre narrarvi dei miei viaggi in Casamance (Senegal meridionale) per condurre studi di fattibilità per la promozione di viaggi solidali e responsabili tra il Senegal e la Guinea Bissau (programma ancora tutto da avviare). Ma sarebbe troppo lungo!

D: Quali sono i rischi (se ci sono) e le sfide più entusiasmanti che comportano viaggi di questo genere? Fermo restando che la consapevolezza di offrire il proprio aiuto agli altri in maniera incondizionata è già un aspetto molto esaltante.

R: Avrete ormai capito che per me i viaggi in Africa sono dei veri e propri “viaggi di lavoro”, che si completano ed arricchiscono del fondamentale scambio tra culture diverse. La sfida più grande, ogni volta, è proprio quella di riuscire a farsi accettare, nella realtà altra, e di essere in grado di mettere in atto le modalità giuste per stabilire una cooperazione che sia prima di tutto umana, paritetica e lontana dal classico paradigma Nord colonizzatore/Sud colonizzato, che ancora agisce a livelli profondi in entrambe le parti.

D: Ci sono state delle paure che hai dovuto superare la prima volta che sei partita?

R: Sì, la paura di non essere accettata, di essere fraintesa, di non riuscire a farmi capire; la paura di violare, per ingenuità e inadeguatezza, le tradizioni e gli usi locali. Null’altro! Mi sentirei di affermare che la fiducia nel genere umano è la premessa indispensabile per affrontare simili esperienze.

D: E’ difficile affermarsi da un punto di vista lavorativo negli ambienti delle associazioni no-profit, ong, organizzazioni internazionali? E se sì perché? Trovi, comunque, che un’esperienza come questa possa rappresentare una nota di merito all’interno del proprio curriculum, e, magari, essere valutata positivamente dai selezionatori anche per altri lavori?

R: L’eventualità di una valutazione positiva di attività no-profit in un curriculum professionale dipende innanzitutto dal tipo di selezionatori, dal loro essere “socialmente responsabili”. Certo è che non sarebbe male se ci fosse, un pò a tutti i livelli, un’eticizzazione nei sistemi di vita, di lavoro e di mercato; che coinvolga tutti gli individui e, ancor di più, i soggetti politici ed economici, e che sia capace di andare oltre il semplice riconoscimento di valore che normalmente si attribuisce alle azioni di solidarietà e alle missioni umanitarie.

D: Quanti luoghi comuni si dicono a proposito dell’Africa?

R: La conoscenza dell’Africa, dei suoi Paesi, della gente è mediamente pari a zero. Quando se ne parla, da un punto di vista mediatico, è solo per sottolinearne le crisi, la povertà, l’instabilità politica e sociale, i massacri. Ovviamente tutto questo esiste, ma non si ritiene quasi mai di doverne indagare le cause storiche: il continente africano e gli Stati che vi appartengono, infatti, per l’opinione pubblica mondiale altro non sono che dei naturali e scontati serbatoi di conflitti e di crisi, tristemente appiattiti sul presente. Dei paesi africani, insomma, si ignora il passato: il passato preistorico e, soprattutto, il passato precoloniale, ovvero l’Africa dei grandi regni. Quale affronto maggiore, allora, al diritto identitario se non la rimozione da parte dell’Occidente della memoria storica di questi popoli fino alla sua più completa negazione? Bisognerebbe ricordarsi più spesso che l’Africa e gli africani hanno sempre avuto tanto da offrire, e che noi abbiamo afferrato tutto a larghe mani, fino agli estremi limiti della violenza e della depredazione. Nel frattempo la storia continua, sotto mutate spoglie, e sempre in questi termini.

D: Trovi che l’Italia sia un paese sensibile al tema degli aiuti allo sviluppo?

R: A livello politico no, a livello di società civile sì.

D: Cosa ti porti dietro dopo ogni viaggio?

R: Un bagaglio di preziosi saperi e di orizzonti allargati; un senso della vita fortemente potenziato; una fiducia smisurata nella possibilità di contribuire a rendere il mondo migliore e più giusto.

D: Cosa significa per te donare il tuo aiuto agli altri e cosa può fare la gente per rendersi utile anche a distanza?

R: Per sentirsi parte del mondo a 360 gradi, e godere dell’appagamento che ne deriva, non bisogna mai sottrarsi ad un lavoro di osservazione e di riflessione continue sulla realtà che ci circonda, anche nel tentativo di superare gli inganni e i pregiudizi che sono sempre in agguato. Prestare attenzione all’altro, predisporsi all’ascolto, rallentare i ritmi frenetici cui sembriamo condannati può aiutarci a uscire dai confini limitatissimi del nostro “particulare” e renderci più disponibili verso gli altri anche nella città in cui abitiamo. Con rinnovato senso civico, allargato al mondo intero – quel mondo che, grazie ai cosiddetti flussi migratori, è venuto a trovarci direttamente a casa nostra -, potremo così scoprire che non c’è bisogno di affrontare viaggi, che di solito s’immaginano particolarmente perigliosi, per rendersi socialmente utili.

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