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Interinali, uno su due diventa stabile

08 mag 2008 Nessun commento
Interinali, uno su due diventa stabile

Il lavoro interinale non fa rima con precariato, almeno nel medio termine. Anzi, in molti casi si tratta di uno strumento utile per ottenere un primo contatto con il mondo del lavoro e acquisire esperienza, da rivendere successivamente nella progressione di carriera.

È questa la fotografia scattata da una ricerca dell’agenzia Gi Group e del Crisp (Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità) su un campione di 4mila lavoratori.

Si scopre così che, a due anni dall’inizio della missione con la società interinale, il 36% ha un contratto a tempo indeterminato, il 26% uno a tempo determinato, il 32% continua a lavorare come interinale e un marginale 6% ha perso il lavoro.

Stage e contratto di somministrazione o a tempo determinato sono le prime modalità di inserimento in un caso su tre.

Un risultato che fa dire a Stefano Colli-Lanzi, Amministratore Delegato di Gi Group: “I dati dimostrano che il tempo determinato è sempre più una condizione transitoria di lavoro nel momento in cui intervengono intermediari seri, come le agenzie, che lavorano per il miglioramento dello status, per la stabilizzazione del lavoratore e per l’incontro domanda/offerta in base alle esigenze delle diverse tipologie di aziende e di candidati”.

Le imprese italiane continuano però a ricorrere alle agenzie per il lavoro soprattutto per reperire diplomati (il 25% percorre questa strada), mentre solo il 10% ricorre all’intermediazione nel caso di ricerche per laureati.

La crescita di flessibilità in atto nel mercato italiano, lo rende più simile alla maggior parte degli altri paesi europei. Dunque, la precarietà è solo una percezione? In realtà no, visto che a caratterizzare in negativo la Penisola sono la mancanza dei cosiddetti ammortizzatori sociali, strumenti che consentono di sostenere il reddito nei periodi di mancanza del lavoro e la scarsità di investimenti in formazione e riqualificazione professionale.

Cresce la mobilità del lavoro
La ricerca approfondisce anche il tema della mobilità lavorativa degli interinali, esaminando la situazione specifica della provincia di Milano. Si scopre così che la quota di chi ha cambiato occupazione è passata dal 16-18% del 2001 al 32-37% del 2006.

Un dato che avvicina l’area meneghina alla maggior parte dei centri più dinamici dei paesi occidentali, dove i lavoratori si spostano frequentemente da un posto all’altro alla ricerca delle migliori condizioni in termini retributivi e di qualità lavorativa.

La maggiore dinamicità fa il paio con un’accentuazione della flessibilità contrattuale, con il contratto a tempo indeterminato che, nel caso di cambio lavoro, non dura mediamente più di 19 mesi, quello a tempo determinato che si attesta sui sei mesi e l’interinale a quota tre mesi. Resta da sottolineare, comunque, che questo dato non può estendersi a tutta la Penisola, soprattutto ai centri medi e piccoli, caratterizzati da minori opportunità di lavoro e, quindi, una maggiore rigidità negli spostamenti.

I giovani in azienda
Interessante per capire le dinamiche in atto nel mondo del lavoro è anche la survey “I giovani in azienda” condotta da OD&M Consulting, che fa capo alla stessa Gi Group, su un campione di 150 aziende italiane che hanno assunto nel 2007 giovani diplomati e laureati.

Si scopre così che i primi hanno percepito mediamente uno stipendio annuo lordo di 22mila euro, mentre i secondi si sono attestati sui 24.400 euro. Somme dalle quali va a spanne sottratto un terzo per arrivare al netto percepito in busta paga.
Per quanto riguarda le modalità di reclutamento, la ricerca evidenzia differenze in base alla dimensione dell’impresa. I contatti personali rappresentano la forma più utilizzata dal 26% delle piccole aziende, contro il 19% rilevato tra quelle di medie dimensioni. Le società di somministrazione vengono coinvolte nella ricerca di personale dal 12,5% di medie imprese, dall’11% delle piccole e dal 7% delle grandi.

Le università sono un canale di reclutamento utilizzato dal 36% di grandi imprese e dal 24% delle piccole e medie. Differenze emergono anche quando si passa a considerare la modalità di inserimento: di fatti, lo stage è utilizzato dal 28% di piccole imprese e dal 36% di quelle medie e grandi. L’incremento del ricorso alla flessibilità non ha fatto tuttavia scemare la ricerca di profili con elevata formazione: a fine 2007, di fatti, il rapporto Unioncamere-Excelsior ha rilevato una quota di assunzioni con bisogno di qualificazione pari al 75%, contro il 51%.

Dati che fanno riflettere Mario Vavassori, amministratore delegato di OD&M Consulting sul disallineamento tra domanda e offerta di lavoro: “Spesso i candidati tendono a considerare come prioritario il posto rispetto al contenuto del lavoro. Una scelta che non sempre si rivela corretta, soprattutto se si guarda al medio termine. Infatti, i giovani laureati farebbero bene a guardare soprattutto alle prospettive di crescita e valutare se è il caso di colmare il gap formativo attraverso percorsi specifici”.


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