Tutti abbiamo avuto la tentazione di abbellire il curriculum, pensando che questo possa facilitarci, badando solo a far apparire verosimile ciò che aggiungiamo.
Tuttavia, per esperienza pratica, le “invenzioni” alla fine vengono smascherate, sia che si tratti di conoscenza fluente di qualche lingua sia di attività svolte nelle esperienze precedenti, seminari e corsi frequentati in scuole prestigiose magari all’estero e così via: si sa che le bugie hanno le gambe corte e vale comunque la legge di Murphy, che dice “se qualcosa può andare storto prima o poi lo farà”, nel senso, in questo caso, che prima o poi si finirà col tradirsi.
Un esempio. Recentemente un mio collaboratore mi ha mostrato un curriculum che aveva scartato. In sei pagine il candidato analizzava in dettaglio la realizzazione di un sistema di budget e controllo budgetario che sosteneva di aver messo a punto, da solo, in un’azienda dove era entrato da neolaureato e dove era rimasto in tutto otto mesi. Nonostante la profusione di quelli che riteneva essere termini tecnici, il tutto risultava molto confuso e soprattutto, se fosse stato vero quello che il candidato sosteneva, nessuna azienda se lo sarebbe lasciato sfuggire!
La prima operazione che il selezionatore compie è la scrematura dei curricula: ogni colloquio richiede tempo, e il tempo costa; si eliminano quindi i curricula che appaiono non adeguati. Tra le principali ragioni per cui un CV non appare adeguato c’è la non credibilità: un curriculum deve quindi apparire verosimile e l’occhio esercitato del selezionatore coglie subito abbellimenti e incongruenze.
Quando l’interesse per i viaggi non coincide con le lingue straniere parlate, quando il dichiarato amore per i libri cozza contro la cattiva qualità dell’italiano con cui ci si esprime, quando l’estrema appetibilità di uno stage effettuato farebbe escludere l’attuale condizione di ricerca di lavoro, quando la numerosità dei contatti non collima con l’acquisizione di esperienze, ecc.
Nel corso del colloquio il selezionatore mette alla prova il candidato: anche in presenza di buone competenze e di un brillante curriculum di studi, l’emergere quella che può sembrare una “colpa” veniale fa sì che la persona venga scartata. Ogni selezionatore riconosce il panico sul volto del candidato quando gli si dice “Lei ha dichiarato di avere una conoscenza fluente dell’inglese o del tedesco; continuiamo il colloquio in lingua?” È molto più apprezzabile qualcuno che dica “il mio inglese è un po’ arrugginito, anche se ho intenzione di aggiornarlo” e poi dimostri di sapere sostenere una conversazione in modo accettabile.
Io e i miei collaboratori siamo spesso chiamati a valutare persone giovani, sia per selezione sia per individuare in azienda gli “alti potenziali”, cioè coloro su cui l’azienda vuole investire. Quando un giovane sostiene un colloquio di selezione, presenta se stesso e le sue competenze, cioè conoscenze ed esperienze accumulate nel corso degli studi fatti e delle attività svolte.
Ma il selezionatore, soprattutto quando ha di fronte dei giovani con poche esperienze, valuterà il cosiddetto potenziale, cioè quello che potrà emergere in futuro, in base alle esperienze fatte – che devono comunque essere dimostrabili.
L’esperienza mi conferma quello che mi diceva diversi anni fa il direttore generale della SNIA, grande società chimica: “ho bisogno di collaboratori validi, che abbiano conoscenze specialistiche adeguate, ma per il futuro punto soprattutto sulle persone di cui mi posso veramente fidare: in prospettiva, per persone chiamate a dirigere, contano di più il carattere e l’affidabilità che il tipo di laurea e di specializzazione che hanno conseguito”. E quale carattere, quale affidabilità attribuisco ad un candidato che mente?
È quindi da sottolineare l’importanza di dimostrare fin dal primo colloquio la massima sincerità. Anche se persino quello che viene considerato uno dei più grandi giornalisti del secolo scorso, e cioè Indro Montanelli, c’è cascato, perdendo quindi parte della credibilità che si era costruita. Montanelli ha più volte sostenuto di essere stato presente clandestinamente a Milano lo storico 29 Aprile del 1945, quando Benito Mussolini, Claretta Petacci ed altri gerarchi fascisti, fucilati a Dongo mentre cercavano di fuggire, sono stati appesi a testa in giù a Piazzale Loreto. Ebbene, la ricercatrice ticinese Renata Broggini (vedi l’articolo sul Sole24Ore del 23 settembre scorso) ha dimostrato che quel giorno Montanelli non poteva essere in Italia clandestinamente perché era a Berna…
Che credibilità possiamo dare a un giornalista che inventa le notizie? E, tornando a noi, nella mia qualità di responsabile di una società di consulenza, come posso consigliare a un cliente di fidarsi e investire su una persona che ha dimostrato di non essere sincera? Perché, se una persona mente su un punto del curriculum, posso pensare che menta anche su altri che in quel momento non riconosco.
E, peggio ancora, devo necessariamente pensare che mentirà – o sarà addirittura scorretta – in altri passaggi del futuro rapporto professionale. Del resto, è quanto sta accadendo a Barack Obama, candidato alla nomination alle presidenziali USA: ha pubblicato a fini elettorali un’autobiografia molto positiva, e i suoi oppositori stanno utilizzando contro di lui alcuni particolari minori che risultano inesatti!
Ricordo un giovane che aspirava alla responsabilità commerciale per il Veneto di un importante salumificio. E che vantava la sua perfetta conoscenza del territorio, salvo sbagliare grossolanamente la distanza in chilometri fra Padova e Treviso… Un errore dovuto all’emozione? L’ho supposto anche io, ma insospettito dall’errore sono andato a fondo, scoprendo che del Veneto conosceva poco più dell’autostrada. L’ho scartato. E l’aspetto paradossale della vicenda è che se non avesse fatto quell’errore, lo avrei preso seriamente in considerazione, grazie all’esperienza commerciale fatta in un settore vicino, quello dei prodotti lattiero-caseari. Ma come potevo fidarmi di lui?












































