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Il manager del cambiamento per dare una svolta al business

04 giu 2009 Nessun commento
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Periodi di crisi che impongono un ridimensionamento del personale. Necessità di cercare nuovi mercati di sbocco per reagire alla maturità della domanda interna. Opportunità di riorganizzare le funzioni e i compiti per ricercare efficienza. Sono le situazioni tipiche in cui l’azienda può avere la necessità di affidarsi a un change manager.

Il professionista del cambiamento (come dice il nome stesso) è chiamato ad assicurare che tutte le persone coinvolte in azienda diano il loro contributo per raggiungere l’obiettivo fissato dal top management. Ciascuno in base ai compiti e alle responsabilità che gli sono solitamente affidate.

Una professionalità da costruire
Il piano di azione può prevedere la razionalizzazione delle varie aree di costo, con interventi sui processi e sugli organigrammi e può anche riguardare attività svolte a migliorare la redditività e lo sviluppo di prodotti e servizi. I professionisti inquadrati contrattualmente come change manager sono una rarità. Per svolgere questa professione sono necessarie una preparazione di tipo economico-gestionale e un’approfondita conoscenza dell’information technology, visto che a esso sono legati i principali processi di trasformazione. La maggior parte delle persone che svolgono questa professione arrivano, perciò, da esperienze in gestione dei processi informatici, dall’organizzazione o dalla direzione generale. Non mancano professionisti che hanno lavorato nelle risorse umane, con preferenza per coloro che hanno realizzato piani di sviluppo organizzativo (implementazione, redazione e monitoraggio dei piani incentivanti, riorganizzazione delle funzioni individuali) rispetto a coloro che si sono limitati all’amministrazione del personale o alla formazione.

L’esperienza è fondamentale
Creatività, flessibilità e visione d’insieme sono le altre caratteristiche richieste al change manager. In particolare la visione d’insieme permette di passare dai singoli atti puntuali alle operazioni coordinate con le entità coinvolte, ricercando quella convergenza d’interessi che è fondamentale per il funzionamento delle strategie prescelte. La flessibilità è fondamentale per saper reagire in tempo reale alle necessità che si presentano sul lavoro, per adeguarsi alle diverse sensibilità dei professionisti coinvolti nel processo di cambiamento.

Dipendente o consulente
Per svolgere questo ruolo è utile conoscere bene l’azienda, i ruoli di ciascuno e gli equilibri che si sono creati nel tempo. Per questi motivi spesso l’attività di change management è affidata al direttore generale. In alternativa, sta crescendo la tendenza a puntare su consulenti di società specializzata in direzione. In questo caso il manager del cambiamento opera in funzione “temporary”: firma, quindi, un contratto di consulenza limitato a un certo periodo di tempo o a un progetto da concludere, dopo di che torna alla propria attività. Affidandosi a un consulente esterno, l’azienda ha l’opportunità di saltare gli intrecci di competenze, antipatie, amicizie che dominano spesso i rapporti tra il personale. Il professionista dal canto suo ha la possibilità di operare con le mani libere, guidato dal solo obiettivo di raggiungere i risultati indicati dal top management. E, soprattutto, può confrontarsi nel tempo con diverse realtà e apprendere le tecniche migliori di lavoro.

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