Giovani, flessibili e fortemente orientati al risultato. Sono i nuovi professionisti ricercati in ambito finanziario. Neolaureati capaci di calarsi immediatamente in un mercato che ha avviato la ripresa e che ora cerca una via per una crescita sostenibile, capace di correggere gli errori del passato. Un nuovo scenario che offre opportunità di lavoro tanto nell’ambito strettamente bancario, quanto in quello aziendale, dove i temi del credit management e della gestione del rischio sono ormai diventati centrali.
Le normative e il mercato
Il rinnovamento delle professioni finanziarie è dovuto alla combinazione di due fattori, uno normativo, l’altro di mercato. La crisi degli ultimi due anni ha messo in luce il fallimento delle regolamentazioni: le leggi c’erano, ma non sono state in grado di prevedere ed evitare gli eccessi. Dalla scorsa primavera ha preso il via una nuova stagione di regole che puntano a rafforzare i requisiti patrimoniali delle banche, a ridurre il rischio di nuovi scossoni e a riformare le autorità di vigilanza. A conti fatti, questo impone un nuovo modo di fare banca, più attento ai fondamentali. Di pari passo anche gli istituti di credito si sono resi conto della necessità di cambiare marcia rispetto al passato, riducendo le soluzioni di ingegneria finanziaria, a vantaggio di una maggiore focalizzazione sulla clientela.
I requisiti per operare nel settore
A prescindere dalle figure richieste e dalla tipologia d’istituto (banche locali, nazionali o internazionali), i nuovi professionisti della finanza non possono più prescindere da una forte propensione all’interazione con i clienti. Anche perché i risparmiatori sono più evoluti rispetto a qualche anno fa e le ferite della crisi recente hanno creato un clima di generale sfiducia verso le banche. Lo spirito commerciale, quello che porta a “piazzare” sul mercato i prodotti più remunerativi per l’istituto di credito, da solo non è più sufficiente. Occorre avere una spiccata propensione all’ascolto, che consente di comprendere appieno le esigenze del risparmiatore, per tramutarle in strategie d’investimento. Il neolaureato che oggi entra nel settore deve, inoltre, essere disponibile a frequenti spostamenti. Spesso i clienti (potenziali e acquisiti) devono essere raggiunti a casa o sul posto di lavoro per pianificare le strategie d’investimento. Di conseguenza, è fondamentale anche una certa flessibilità, tanto negli orari di svolgimento dell’attività, quanto nelle mansioni. Le grandi filiali sono in declino e sempre più spesso lasciano il posto a negozi finanziari con un numero di addetti variabili da tre a cinque, che hanno la responsabilità completa nei rapporti con la clientela.
I nuovi promotori
Il promotore finanziario, vale a dire il professionista specializzato nella consulenza a persone e imprese su come investire il denaro, è una delle figure più coinvolte nei cambiamenti in atto. Si tratta di una professione riconosciuta dallo Stato, per cui il suo svolgimento è subordinato al superamento di un esame e alla conseguente iscrizione all’Ordine Professionale. Per molti anni le reti dei promotori sono state costruite intorno alla figura del capo-cordata, un professionista con una lunga esperienza alle spalle, che aveva il compito di selezionare i collaboratori nei ruoli junior e spesso finiva con il muoversi secondo conoscenze personali, preferendo i colleghi di banca. Lo scenario è cambiato con l’avvento degli head hunter, che in molti casi hanno allargato il campo di ricerca, includendo per le figure più giovani anche il bacino di utenza costituito dai corsi di laurea di stampo economico. Il promotore finanziario non è solo un venditore, chiamato a collocare i prodotti della casa madre (nel caso di reti di derivazione bancaria) o di istituzioni con cui la società ha siglato accordi commerciali. Sempre più deve essere anche un consulente, capace di calarsi nelle esigenze del team. Deve quindi partecipare a periodiche riunioni con i colleghi, dare il suo apporto in termini di consigli, studi e analisi, aggiornarsi sull’evoluzione del mercato e tenere rapporti continuativi con i clienti. Oltre a seguire il filone del New Business, in sostanza cercare nuovi risparmiatori da acquisire. Anche perché le nuove normative internazionali orientate all’apertura del mercato stanno spingendo per la diffusione della consulenza indipendente, slegata da qualsiasi conflitto d’interessi. Il consulente indipendente lavora solo per i suoi clienti e non su mandato di un intermediario. Questo lo distingue dal promotore finanziario. La figura è identificata anche come consulente fee only perché percepisce il suo guadagno esclusivamente per la consulenza prestata. Detto in soldoni, non riceve retrocessioni se colloca un particolare prodotto per cui è interessato solo a far guadagnare il risparmiatore, nell’ottica di allargare il suo portafoglio. La sua retribuzione è legata alla quantità del portafoglio analizzato e non alle performance realizzate. In tutta Italia si stanno formando reti di consulenti indipendenti, che offrono un supporto di studi, analisi e strumenti informatici agli associati. Nulla vieta, comunque, il lavoro in proprio, avviando un’attività autonoma o in collaborazione con altri colleghi.
Le professioni della finanza etica
Un settore che non ha subito scossoni dalla recente crisi economica e finanziaria è la finanza etica, che punta su un modus operandi e su strategie di investimento finalizzate non solo al profitto, ma anche alla responsabilità sociale. Un addetto alla finanza etica, qualsiasi sia il suo ruolo, non potrà consigliare ad esempio di investire su un’azienda che fa commercio di armi o che ha politiche discriminatorie verso i suoi dipendenti o dannose per il territorio. L’addetto allo sportello, così come il responsabile degli investimenti, deve avere competenze non solo finanziarie, ma è chiamato a conoscere anche il variegato mondo del non profit. Banca Etica e il Forum della Finanza Sostenibile sono solo alcuni esempi di realtà che stanno prendendo piede nel settore. Stanno poi nascendo agenzie che raccolgono in modo continuo informazioni sul comportamento delle imprese e le forniscono agli investitori socialmente responsabili, che poi le utilizzano per determinare le proprie scelte d’investimento.
Aziende a caccia di specialisti
La necessità di monitorare costantemente i flussi di crediti e debiti e l’estrema attenzione ai costi imposti dall’attuale congiuntura stanno spingendo molte aziende – anche pmi – a dotarsi di figure interne addette alla finanza d’impresa. A cominciare dal Credit Controller, sul quale grava la responsabilità di tutte le attività che permettono di mantenere costante il monitoraggio degli incassi e dei pagamenti, fornendo al management relazioni periodiche necessarie per prendere decisioni su eventuali strategie correttive.
Molto richiesto è anche il Treasury Manager, vale a dire il professionista che gestisce i conti della società, le fideiussioni e la reportistica finanziaria. Solitamente questo ruolo è svolto da un professionista dotato di almeno cinque anni di seniority, ma le aziende più grandi hanno team strutturati, con la presenza anche di figure più giovani.












































