Spesso un ottimo voto di laurea ottenuto in una università di buon livello non costituisce una garanzia per l’ottenimento di un lavoro soddisfacente. Se un tempo i laureati riuscivano a trovare una buona collocazione all’indomani della laurea, ricevendo una buona quantità di offerte di lavoro in tempi rapidi, oggi la situazione sembra essere cambiata radicalmente. Per trovare un buon lavoro, infatti, è necessario saper vendere il proprio “marchio”, il proprio “brand”, adottando quella che nei paesi anglosassoni è una vera e propria tecnica costituita da una serie di comportamenti di autopromozione, definita “Personal branding”.
Tutto ciò risulta da una indagine, intitolata “Competere per i talenti”, promossa dalla Società italiana di marketing e condotta interpellando le aziende che ad essa aderiscono e un campione di circa duecentocinquanta studenti di master e lauree specialistiche. Dall’indagine emerge che le qualità richieste dalle aziende molto spesso non sono quelle che gli studenti, laureati o laureandi, mettono ai primi posti della loro classifica. Mentre, ad esempio, questi ultimi assegnano alla creatività il terzo posto del ranking, le imprese la collocano soltanto al settimo posto, privilegiando altre qualità e dando molta più importanza alle capacità relazionali che non alla creatività. I datori di lavoro, almeno in questa fase di crisi economica, sembrano dare molta più importanza a doti più pragmatiche e orientate al problem solving.
Altre discrasie tra la “classifica” redatta dagli studenti e quella delle aziende si riscontrano a proposito della retribuzione (quinto posto per i giovani in cerca di lavoro e soltanto tredicesima per le aziende) e dell’equilibrio tra lavoro e vita privata (che per i giovani è al sesto posto e per le aziende soltanto al dodicesimo). Sembra che il primo punto da valorizzare nell’adozione della tecnica di personal branding sia il mostrarsi informati su ciò che si sa dell’impresa e della sua filosofia, competenza che impressiona i selezionatori in maniera molto positiva. Molto importante anche far apparire le proprie doti di intelligenza emotiva e non soltanto le proprie competenze specifiche.












































Trovo molto interessante il fatto “che le qualità richieste dalle aziende molto spesso non sono quelle che gli studenti, laureati o laureandi, mettono ai primi posti della loro classifica”.
Grazie per aver segnalato la ricerca.
Mi stupisco invece che la stessa definisca “autopromozione” il personal branding e vi includa il “mostrarsi informati su ciò che si sa dell’impresa e della sua filosofia” (che includerei nella sezione “buon senso” del candidato)….
In un epoca in cui molti parlano di umanizzazione dei Brand aziendali, ritengo che l’autopromozione sia assolutamente da evitare per un personal brand…