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Il lobbista: un tessitore di relazioni

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Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione e del prodotto culturale all’Università Cattolica di Milano e consigliere d’amministrazione della Fondazione Ugo Bordoni, studia da tempo il fenomeno del lobbying dal punto di vista normativo e dei profili professionali. E’ anche tra i fondatori de “Il Chiostro”, associazione che si batte per il riconoscimento delle attività di lobbying in Italia.

D: Professore, il lobbying suscita grande fascino tra i giovani, anche se è difficile individuare il percorso più adatto per entrare nel settore. Cosa consiglia a un neolaureato?

R: In Italia l’accesso al mondo del lobbismo continua a essere spesso casuale ed episodico. Non esistono percorsi formativi istituzionalizzati, se si escludono alcuni master post-laurea. Ai giovani che intendono svolgere questa professione consiglio di studiare in particolare il diritto e l’economia,  le tecniche di comunicazione e il sistema dei media. Per farsi strada nel settore è fondamentale, inoltre, accrescere continuamente la propria rete di relazioni.

D: Di cosa si occupa in concreto un lobbista?

R: Si tratta di un professionista chiamato a portare avanti gli interessi di un’azienda nelle sedi istituzionali, ai vari livelli e che cerca di influenzare le decisioni politiche e il processo di formazione delle leggi in modo trasparente, lecito e alla luce del sole. Le aziende più grandi hanno propri lobbisti che, inquadrati come responsabili relazioni istituzionali, monitorano i comportamenti dei cosiddetti decisori (governo, parlamento, regioni, province, comuni e così via) e cercano di interagire con loro. Questo è il cosiddetto lobbying diretto, cioè basato sui colloqui one-to-one e sulla produzione di documenti sintetici da consegnare all’interlocutore-decisore, come base di discussione e di confronto.

D: E il lobbying indiretto?

R: E’ un filone sviluppato sopratutto negli Stati Uniti: consiste nella pubblicazione sui mezzi di informazione di rapporti, ricerche o studi di settore o nell’organizzazione di eventi, convegni, conferenze-stampa o altro, al fine di influenzare l’opinione pubblica e di esercitare una pressione sulle istituzioni chiamate a decidere su quella materia.

D: Come spiega l’alone di mistero che circonda il lobbismo?

R: Purtroppo in Italia la parola lobbista viene spesso utilizzata come sinonimo di corruttore, a riprova del fatto che non esiste ancora una cultura matura della rappresentanza degli interessi. La sfida è proprio quella di trasformare la parola lobbying da vocabolo disdicevole a vocabolo virtuoso. Servirebbe una legge che regolamenti il settore, in modo da assicurare la trasparenza.

D: Che qualità occorre avere per farsi strada?

R: Il lobbista deve essere un abile tessitore, un mediatore con conoscenze approfondite delle organizzazioni complesse e delle dinamiche socio-economiche e giuridiche. Deve avere competenze manageriali e duttilità nei rapporti, attitudine all’approfondimento delle relazioni, capacità comunicative, sia scritte che orali, un’estesa rete di rapporti e una cura delle forme, oltre che dei contenuti. Tutto il resto lo fanno l’esperienza sul campo e lo studio dei documenti.

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