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Ecco gli stipendi italiani del 2008

18 feb 2010 Nessun commento
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Un nuovo anno è appena nato ed in attesa che i dati circa l’andamento retributivo del 2009 vengano resi pubblici, analizziamo i risultati di dettaglio del Rapporto “Domanda di lavoro e retribuzioni nelle imprese italiane”, realizzato da Unioncamere insieme a OD&M Consulting, società specializzata in indagini nell’ambito dei sistemi incentivanti e delle politiche retributive, e con il contributo di Gi Group, primo gruppo italiano nei servizi per il mercato del lavoro.
Dal rapporto – riguardante l’annualità 2008 – emerge che la retribuzione media lorda dei lavoratori italiani è stata pari a 25.510 € (tale somma, che comprende sia la parte fissa che la parte variabile della retribuzione, è in crescita dell’1,7% rispetto al 2007). Però, mentre la retribuzione media degli italiani aumenta, a diminuire è il gap salariale che divide i lavoratori in rapporto alla dimensione aziendale, al tipo di contratto, al settore di appartenenza. Dunque, al di là della differenza retributiva di genere, i restanti fattori che compongono il gap salariale si appiattiscono tanto da destare preoccupazione: il divario salariale uomo/donna, nel 2008, ammontava a circa 3.000 €; le retribuzioni settoriali medie, invece, sono state comprese in un valore di 15.000 € (dai 19.720 € percepiti dagli occupati nei servizi domestici, ai quasi 34.500 percepiti nel settore delle comunicazioni). Per quanto riguarda la dimensione aziendale, lo stipendio aumenta all’aumentare dell’ampiezza aziendale (poco meno di 23.500 € le retribuzioni degli occupati nelle piccole imprese, 27.800 € quelli delle medie, 31.330 € quelli delle grandi imprese). Si rileva infine un 20% circa di differenza tra contratti a tempo determinato, che si assestano sui 21.890 € di retribuzione media lorda, e i contratti a tempo indeterminato, che raggiungono i 25.810 €.

La compressione retributiva
Il gap più evidente che ha caratterizzato il 2008 è rappresentato dalla forte differenza tra variazioni dei prezzi e variazioni delle retribuzioni. OD&M Consulting, ad esempio, ha calcolato che il 46% dei lavoratori ha perso potere d’acquisto nel 2008 e tra questi oltre l’80% guadagna tra i 1.000 e i 2.000 €. Però, se a tale problema si è posto rimedio nel corso del 2009 grazie al quasi totale abbattimento dell’inflazione a preoccupare, oggi, è il livellamento verso il basso delle retribuzioni. Nel 2008, mentre un impiegato guadagnava intorno ai 25.540 €, un operaio si portava a casa circa 21.750 €. Dunque, sino ad una certa fascia, la differenza salariale è minima e per registrare cambiamenti significativi occorrono salti retributivi importanti, quasi sempre sinonimo di salti di carriera notevoli. A sorprendere, però, è che tale appiattimento colpisce anche dirigenti e manager: un dirigente in una piccola impresa nel 2008 ha guadagnato 93.782 € lordi annui, ovvero il 9,3% in meno rispetto ai 103.424 € incassati in media dal dirigente italiano, mentre il manager di una grande impresa ha preso 108.985 €, cioè il 5,4% in più. L’appiattimento delle retribuzioni verso il basso, secondo i maggiori esperti del mercato del lavoro italiano, è quasi totalmente dovuta all’aumento dei livelli d’istruzione della forza lavoro: tra il 2004 e il 2008 gli impiegati con sola licenza elementare sono diminuiti quasi del 10%, mentre sono aumentate le persone in possesso di licenza media, diploma di maturità e laurea. Dunque, sono venute a mancare oltre 1.000.000 di individui sotto-scolarizzati, a loro volta sostituiti da altrettanti ai vertici del percorso formativo. Il conseguente trasferimento della domanda delle aziende verso livelli di istruzione più elevati ha mitigato lo sviluppo retributivo non a parità di professione svolta, ma a parità di livello di istruzione posseduto.

La situazione dei neolaureati
Dal rapporto emerge che a causa dell’ormai palese divario tra istruzione e mondo del lavoro, appare sempre più riconosciuta e partecipata l’idea secondo la quale si rendono necessari, al termine del proprio percorso, ulteriori step formativi, come ad esempio i Master. Non a caso un’azienda su quattro negli ultimi anni, ha attivato corsi di formazione per i propri dipendenti e nel 2008, per oltre il 72% del personale da assumere, le imprese hanno messo in atto programmi formativi, la cui forma maggiormente diffusa è rappresentata dallo stage. Tali fenomeni, però, se è vero che rappresentano un rimedio alla ben più deprimente disoccupazione, hanno generato una certa debolezza contrattuale dei giovani laureati. Fra il 2003 e il 2008, infatti, i laureati under 30 sono coloro che hanno registrato il minor incremento retributivo. Gli aumenti retributivi per questa fascia di persone cominciano a registrarsi dopo tre anni di impiego, ma quando si registrano sono abbastanza elevati e soddisfacenti. Non tutte le lauree e gli indirizzi di studio, comunque, offrono le stesse prospettive di guadagno. Dai dati Almalaurea si nota, ad esempio, che le retribuzioni più pingui vanno a finire nelle tasche dei laureati in medicina, dei laureati in indirizzo economico-statistico, agli ingegneri ed ai laureati con indirizzo chimico-farmaceutico. Per quanto riguarda la progressione retributiva, invece, i più fortunati sono i laureati in ingegneria, i quali a volte vedono aumentare la propria paga anche a distanza di un anno. Per contro, le lauree per così dire mal pagate sono quelle ad indirizzo umanistico, linguistico, geo-biologico e giuridico.
Per concludere, infine, ci preme ricordare che anche nell’universo dei neodottori il gap di genere è abbastanza evidente: anche a distanza di tempo le donne sono penalizzate e le differenze retributive arrivano al 23%.

Per saperne di più′
www.unioncamere.it – area Orientamento e lavoro – Studi e ricerche


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