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Il Colloquio di lavoro, così temuto, così desiderato

13 mar 2009 Nessun commento
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Avete presentato il vostro CV ad aziende e società di ricerca del personale, avete partecipato ai vari job meeting organizzati da università ed enti di formazione e orientamento al lavoro per neolaureati registrando il vostro curriculum nei database aziendali, avete risposto ad inserzioni e offerte di lavoro e inviato candidature spontanee riuscendo finalmente nel vostro intento: suscitare l’interesse di un’azienda che vi contatta per approfondire la conoscenza attraverso un colloquio di selezione.

Come sarete intervistati? che cosa vi verrà chiesto? impossibile dare una risposta precisa ed esauriente ma è sicuramente facile ipotizzare che vi verranno poste molte domande sul vostro percorso formativo e professionale: quali studi avete fatto? perché avete scelto di iscrivervi all’università e di frequentare proprio quel corso di laurea? avete esperienze di stage e tirocini alle spalle? E di esperienze lavorative, ne avete fatte? dove, quando, come…

Non mancheranno poi domande più sottili volte ad indagare la vostra personalità e le vostre ambizioni: quali sono i vostri punti di forza? dove vi sentite più carenti? che aspettative professionali avete? come vi immaginate tra dieci anni? ecc.

Quest’ultime in particolare sono le domande più delicate (da “subire”) e le più importanti (da “infliggere”) perché è grazie ad esse che l’intervistatore può comprendere chi siete davvero, al di la delle esperienze “certificabili”: qual’è il vostro modo di percepire e rapportarvi alla realtà? quali sono le vostre motivazioni e aspirazioni professionali? Entrando a far parte dell’azienda, sarete capaci di adattarvi adottandone cultura e stile valoriale? L’azienda si interroga cioè su questo: al di la delle conoscenze teoriche e di eventuali competenze tecniche maturate grazie all’università, ad altra formazione, a stage ecc. sarete “adeguati” al contesto in cui verreste inseriti?

Non si tratta di essere giusti o sbagliati come persone ma di essere “il miglior dei candidati possibili”, di possedere o meno cioè quelle attitudini cognitive e comportamentali che, più di altre, potranno ben integrarsi in azienda. Il “saper fare” si può apprendere in azienda (non a caso esistono specifici percorsi di inserimento e accompagnamento al ruolo per i nuovi assunti), il “saper essere” è un presupposto imprescindibile, le fondamenta su cui andare a costruire una professionalità condivisa da azienda e neolaureato stesso.

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