Un percorso durissimo, che può confluire in uno sbocco professionale diverso dal programma di studi. Alessandro Fraleoni Morgera fino a qualche mese fa presidente dell’Adi (Associazione dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) e attualmente impiegato con un contratto di ricerca presso l’Università di Bologna, descrive così le difficoltà del settore.
D: Quali sono le strade che un giovane neolaureato deve percorrere per far strada nel campo della ricerca?
R: Innanzitutto è necessario un Dottorato di Ricerca, o un equivalente estero come il PhD. In Italia questo percorso dura tre anni, mentre all’estero, a seconda della nazione in cui lo si svolge, può arrivare a cinque. Se si è intenzionati a proseguire nella ricerca universitaria, è utile fare un’esperienza all’estero in paesi che valorizzano le abilità individuali. Dopo questo periodo, un ricercatore è in pratica completamente formato, ed in grado di cominciare ad affrontare una ricerca autonoma.
Per riuscire in questo, però, occorrono due cose fondamentali: una posizione presso un istituto di ricerca (cosa che dà accesso a locali ed attrezzature) e dei fondi.
D: Com’è la situazione attuale del mercato?
R: In Italia chi vuole fare ricerca ha poche possibilità. Per quanto riguarda il settore privato, le opportunità di impiego dei ricercatori sono decisamente scarse. Escluse alcune grandi aziende, le imprese italiane non hanno nel proprio dna l’utilizzo della ricerca come asset produttivo, e quindi non investono nel settore. Nel settore pubblico le cose non vanno molto meglio: i concorsi per accedere alla posizione universitaria di ricercatore, o alla sua equivalente negli enti pubblici di ricerca (EPR), sono bloccati da tempo, soprattutto per mancanza di fondi.
D: Quali sono i trend emergenti nella professione di dottore di ricerca?
R: In molti paesi esteri, questa figura è la trave portante del sistema che trasferisce l’innovazione dalle università al sistema produttivo. In Italia, invece, è finora stato visto soltanto come il primo gradino della carriera accademica, data anche la scarsa o nulla attenzione che il mondo dell’impresa ha dedicato a questo titolo di studio. Ma questo stato di cose dovrà giocoforza cambiare, perché il sistema formativo italiano produce molti più dottori di ricerca di quanti ne possa assorbire il paese . Questo fa sì che molti dottori di ricerca italiani si trovino quindi a emigrare o ad adattarsi a lavori diversi da quello per il quale hanno studiato.
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