È uno degli sbocchi lavorativi dai giovani neolaureati, ma al tempo stesso uno dei più duri da raggiungere. Perché richiede preparazione, ma non solo. Anche una grande costanza, la voglia di riuscirci nonostante le immancabili difficoltà e la capacità di scegliere il treno giusto per raggiungere il traguardo. Stiamo parlando della carriera universitaria, una strada percorsa da migliaia di giovani ogni anno, nella gran parte dei casi senza fortuna.Il percorso che divide il diploma di laurea da una cattedra come docente ordinario è mediamente lungo e tortuoso. Dopo il conseguimento della laurea specialistica l’obiettivo è frequentare un dottorato, con o senza borsa di studio (11 mila euro l’ammontare, quando è prevista e la persona non abbia già un reddito superiore a 7 mila euro all’anno). Il primo passo consiste nello scegliere il raggruppamento disciplinare in cui inserirsi. Non si è infatti più insegnante per una singola materia, ma per l’intero settore disciplinare. Si può trovare la descrizione dei diversi raggruppamenti sul sito del Ministero dell’Università con indicazioni utili anche sul numero dei docenti per i diversi livelli e sulla media per sede universitaria e materia.
Al termine del dottorato l’obiettivo diventa la conquista di una borsa di studio che consenta di proseguire nel lavoro di ricerca utile ad accumulare pubblicazioni e che, al tempo stesso, consenta di sopravvivere. Di solito l’ammontare delle borse di studio è compreso tra 12 mila e 15 mila euro all’anno.
Lo step successivo in termini di carriera è rappresentato, invece, dal concorso di ricercatore universitario: dopo tre anni di prova, si può ottenere la conferma con il passaggio a un contratto a tempo indeterminato o una proroga biennale, che si conclude con l’opzione definitiva tra conferma e abbandono della ricerca. Di solito il passaggio tra le borse di studio e il titolo di ricercatore richiede parecchi anni, tanto che si definiscono comunemente “giovani ricercatori” quelli che ce la fanno prima dei 35 anni.
Un gradino sopra il ricercatore si trova il professore associato: anche in questo caso il concorso abilita allo svolgimento di un’attività triennale, alla quale segue la conferma o l’abbandono. Stesso meccanismo che torna anche nel caso del professore ordinario, quello che più comunemente viene identificato come il titolare di cattedra.
Attualmente tutti i concorsi sono locali; quelli per ricercatore determinano solo i vincitori, mentre quelli per professore associato e ordinario determinano un vincitore e un idoneo, che può essere assunto da un ateneo diverso da quello che ha fatto il concorso.
I ricercatori hanno l’obbligo di abbinare ai tempi dello studio quelli della didattica per un massimo di 350 ore annue. Di solito vengono impiegati in ateneo per funzioni integrative della didattica tradizionale, ad esempio per far svolgere esercitazioni.
I professori devono fare didattica per almeno 350 ore annue, di cui almeno 60 ore di didattica frontale. I docenti ordinari e associati possono essere inquadrati con contratto a tempi pieno o part-time: la prima opzione comporta stipendio pieno ma anche incompatibilità con lo svolgimento esterno di attività professionali e di consulenza. Attualmente in Italia ci sono all’incirca 50mila docenti con un rapporto rispetto agli studenti di uno a 33, più del doppio rispetto a Stati Uniti (uno a 15), Germania (uno a 13) e quasi doppio rispetto alla Gran Bretagna (uno a 18).
Leggi anche:“Il-primo-passo-è-il-dottorato-di-ricerca”












































